Comunicazioni

Per ultimo compagno, il dolore e il nostro diritto a poterlo lenire

Per ultimo compagno, il dolore e il nostro diritto a poterlo lenire

08 Febbraio 2010

Il Giorno – Ed. Nazionale

 

L’ODORE DEL TEMPO Da decenni medici e pazienti aspettano che vada in porto in Parlamento la richiesta di liberalizzare gli oppiacei per cure palliative : una ‘guerra’ civile

Sergio Zavoli

Aspettavamo da qualche decennio che andasse in porto la prima parte di un viaggio lungo e tribolato, quello del “dolore inutile”, nelle due Aule del Parlamento. Ora al Senato, poi tornerà alla Camera. Dopo tanti anni spesi dai miei amici medici a spolmonarsi per soffiare sulle vele di un brigantino che, attraversati tutti i mari, con relative cadute dei venti e i molti ostacoli non segnalati dai portolani, vedevano finalmente approdare la richiesta di liberalizzare l’uso degli oppiacei, per via orale, assecondando la pratica delle cure palliative: una guerra civile, oltre che scientifica, combattuta contro un pregiudizio, che lascia dietro di sé la guerra perduta, anzitutto, da moltitudini di sofferenti. Una impresa immane, e non del tutto conclusa (c’è ancora un codicillo anacronistico, su cui si attesta una burocrazia guidata da qualche residuo bigottismo, che riguarda il “ricettario regionale” per la prescrizione della morfina) prima di smontare un pregiudizio che affonda nel dolore, cioè dove stavano le motivazioni di una medicina ridotta soltanto a biologia, mentre già investiva la psicologia e l’etica, la filosofia e la teologia, cioè anche il pensiero e l’anima.

E’ stata la modernità a dare un’interpretazione cartesiana del dolore, distinguendolo sulla base della dualità “corpo e anima” e quindi introducendo una concezione laica nell’approccio terapeutico: un colpo di timone che razionalizzava il modo stesso di concepire la natura del male, introducendo l’azione combinatoria di ciò che è, insieme, chimico e biochimico, fisico e interiore; allo scopo di sedare il dolore e di conferire una nuova dignità alla sofferenza. Ma proprio l’Occidente restava attardato non solo rispetto al modo in cui i malati vivevano la sofferenza, ma anche a quello di dedicarvisi: l’Oriente, per esempio, possedeva centinaia di espressioni e di approcci dedicati al soffrire, mentre da noi resistevano le difficoltà incontrate dalla “cultura dell’analgesico”. Ecco perché non c’è stata quella comunicazione solidale, fraterna, che pure il cristianesimo, di per sé, rappresentava. E qui stento a capire come e perché la dottrina e la prassi della condivisione siano state tanto tradite, addirittura nella loro ontologica originalità, oltre che nella quotidiana ricchezza umana e civile, da quelle forme di clericalismo che non di rado sopravanzano la Chiesa stessa.

Qui la scienza non è riuscita a far valere le sue ragioni. Ed è rimasto un deficit di concretezza: medicina e chirurgia, hanno a lungo patito l’assenza di un supporto lenitivo adeguato, ed è stata una lotta lunga e solitaria quella per affrontare i lasciti terrorizzanti di una pratica che continuava ad asportare seni, ridurre ossa, amputare arti senza l’ausilio di una terapia che potesse opporsi al “troppo del dolore”, alla pena in più del malato. Senza dire che, più a lungo di tutto, nella nostra coscienza resterà un altro fantasma: il dolore dei bambini, che non sanno chiedere e rimproverare, per i quali la medicina più avveduta ha vanamente chiesto di poter agire in nome di una ragione impotente.

Un’indagine europea ha consentito di rilevare che «fino al 100% dei malati che chiedono l’eutanasia vi sono spinti da dolori intollerabili, e circa il 65% perché teme che la sofferenza ricompaia o, peggio, possa aumentare». E un’inchiesta del U.S. & World Report arrivò a queste drammatiche conclusioni: «Il dolore è uno dei principali motivi per cui i malati chiedono ai loro medici di aiutarli a morire». Andrebbe dunque detto – con equilibrio, sistematicità e vigore, anche morale – che il malato con dolori gravi non vuole morire, ma essere liberato dalla sofferenza. A quel malato va tolta la disperazione, non la vita; va restituita una sopportabile misura dell’esistenza, non strappata l’ultima possibilità di viverla; va offerta una possibilità estrema di riconciliazione tra vita e morte, non la gelida prova che il tempo è scaduto, e che la morte ha nel dolore la sua porta privilegiata. Penso ai giovani straziati da guerre e guerriglie, creature finite in ospedali privi di tutto, dove i feriti sono lasciati a languire, lontani da ogni affetto, senza la nozione del proprio stato e via via del tempo, moribondi su materassi intrisi d’altro sangue, che già odorano di morte. E, per converso, la mente va a quegli ospedali che nei luoghi dell’opulenza possono permettersi di far morire, perfettamente solo e inascoltato, un infermo cui provvede una sequela di computer, come se il viaggio ormai prossimo avesse bisogno degli stessi presídi di un’astronave; mentre invece stava morendo un uomo rimasto in compagnia del suo ultimo compagno, il dolore. Affrontarlo e capirlo significava misurarsi con il rovescio dialettico del reale, assistere a “un sole che sorge al tramonto”, per usare una bella immagine del cardinale Ersilio Tonini.

«Io e Bach siamo / in questa stanza / insieme./ Ora la sua musica / mi eleva / al di sopra del dolore/ (…)» Sono versi di Charles Bukowsky: un dolore che ti lasci ancora vigile e padrone, può essere anche altrove, persino sublimato da un bene che gli si eleva sopra, innalzando corpo e animo fino a una misura sconosciuta. È una delle ragioni per cui va accolta anche l’esperienza di chi ha con la sofferenza un rapporto estremo, verticale, con una possibilità misteriosa: quella di superarlo opponendogli il suo contrario. L’elevazione, appunto; per esempio, dei mistici. Il richiamo alla quantità di cose che stanno al di là di ciò che ci è noto credo che giustifichi il voler sapere di più d’un male, e quindi di un dolore, che divora non solo le membra, ma anche i pensieri. A questo proposito Sartre riuscì a dire «sento il dolore degli altri, dunque sono rimasto un uomo». Allora, dinanzi a una persona che grida dal dolore, perché non toglierle quella pena inutile se ciò, come si sapeva, era possibile? Dovevano essere questi “i nostri miracoli”, se bastava una ragione la più ragionevole, e mite, perché fondata sulla solidarietà che ci dobbiamo l’un l’altro?