Comunicazioni

Dolore ancora tabù, sopportato e poco curato

Dolore ancora tabù, sopportato e poco curato

28 Maggio 2010

AGI

 

Sofferenze sopportate a lungo dai cittadini, anche per mesi o anni, nella convinzione che “il dolore va accettato perche’ fa parte della vita”, talvolta sottovalutato dai medici che hanno poco tempo a disposizione per ascoltare i pazienti, e ben curato solo nei Centri specializzati, ancora pochi e poco conosciuti, garantiti dal Servizio sanitario nazionale. L’Indagine “Non siamo nati per soffrire. Dolore cronico e percorsi assistenziali” di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato mostra chiaramente che il primo livello sul quale occorre intervenire e’ quello dell’approccio culturale e della informazione sul problema del dolore cronico non oncologico. L’indagine e’ stata presentata oggi presso il Senato, alla vigilia della IX Giornata nazionale del Sollievo, alla presenza, tra gli altri, del Senatore Antonio Tomassini (presidente della XII Commissione permanente Igiene e Sanita’) e del professor Guido Fanelli, coordinatore della Commissione Terapia del Dolore e Cure Palliative del ministero della Salute. “Sebbene una legge importante da poco approvata sulle cure palliative e la terapia del dolore (legge n.38 del 15 marzo 2010) faccia ben sperare, a vincere e’ la scarsa informazione e un approccio culturale inadeguato nella cura del dolore cronico non oncologico”, spiega Giuseppe Scaramuzza, vicepresidente di Cittadinanzattiva. “Il nostro impegno, in coincidenza con i trent’anni del nostro Tribunale per i diritti del malato, sara’ di valutare l’applicazione della legge ed informare i cittadini che non soffrire e’ un loro diritto”. Un cittadino su tre attende lunghi periodi, mesi o anche anni, prima di consultare un medico rispetto al suo dolore. Questo viene sopportato o sottovalutato dal paziente in quasi un terzo dei casi (29%) oppure curato attraverso antidolorifici (23%). Questo perche’ si sottovaluta il problema (24,9%), nessuno ha indirizzato a un centro (27,6%) ma anche, filosoficamente, perche’ “il dolore fa parte dell’esistenza va accettato” (3,8%). Oltre la meta’ dei pazienti (53%) deve consultare tra 2 e 5 medici prima di giungere a un Centro specializzato per la cura del dolore, e in questo girovagare passano mesi (per il 34% degli intervistati) o addirittura anni (27%). Nel frattempo il 37% ricorre alla medicina alternativa: in ordine di frequenza, massaggi (34%), agopuntura (20%), omeopatia (15%), chiropratica (11%), osteopatia (8%). Con i medici il rapporto e’ problematico: per oltre un cittadino su tre (37%) il consulto non dura piu’ di 5 minuti e per un altro 20% non va oltre i 10 minuti. Ovvio che piu’ della meta’ dei pazienti (55%) non si senta sufficientemente ascoltato. Anche la grande maggioranza dei medici (63%) segnala come problematica la mancanza di tempo. La quasi totalita’ dei medici (95%) dichiara di prescrivere farmaci oppiacei, di ritenerli efficaci (98%) e di informare sulle controindicazioni degli stessi (97%). Le dichiarazioni dei pazienti in cura mostrano, pero’, delle disparita’ regionali nella prescrizione degli oppioidi: Al Nord la percentuale di coloro che dichiara di averli ricevuti e’ del 52%, al Centro e’ del 42%, al Sud solo del 25%. Assai scarsa anche l’informazione sui Centri di terapia del dolore esistenti: l’80% dei medici non segnala ai cittadini l’esistenza di tali Centri che risultano sconosciuti al 75% dei pazienti con dolore cronico. D’altra parte, nel 53% delle Asl non esiste un sistema informativo sull’esistenza di tali servizi. I tempi di attesa risultano accettabili, seppur con qualche differenza fra le diverse aree del Paese: quasi il 50% attende solo alcuni giorni prima di essere inserito in cura presso il Centro, mentre il 40% degli intervistati ha atteso qualche settimana ma comunque meno di un mese. Le attese tuttavia aumentano laddove i cittadini e i medici sono piu’ consapevoli dell’esistenza dei Centri: al Nord infatti il 62% dei pazienti aspetta qualche settimana. Alcuni dati della Indagine ci mostrano quanto il dolore sia un fattore debilitante ed invalidante e vada ad incidere pesantemente sul contesto lavorativo e familiare, sia dal punto di vista economico che delle relazioni. Il 28% dichiara di provare stanchezza cronica ed insonnia; il 35% di avere importanti alterazioni dell’umore; il 30% dichiara di aver paura di provare dolore. Seppur in una percentuale bassa, il 2% ha dichiarato che il dolore provoca in lui pensieri suicidi.