Donne e dolore: rappresentano la maggior parte dei pazienti ma le cure sono calibrate solo sugli uomini

Si parla da anni di “medicina di genere”, constatando come le terapie e perfino la ricerca di base siano calibrate tradizionalmente su un campionario maschile, omettendo le differenze di genere e lasciando ai margini, anche nella salute, l’universo femminile. Il problema viene autorevolmente riconosciuto ai vertici decisionali e scientifici italiani, eppure permane. Non fa eccezione neppure il tema del dolore, e questo è ancor più grave considerando che la maggior parte dei pazienti che ne soffrono sono donne.

Sulla rivista internazionale “Nature” si è levato il grido d’allarme di un neuroscienziato canadese, Jeffrey Mogil – rilanciato da una giornalista italiana (Marta Buonadonna) su “Panorama” – il quale nota al contempo che la maggior parte dei pazienti con dolore sono donne, e che le differenze di genere sono accertate come cruciali tanto nel disturbo quanto nel trattamento analgesico.

Ad esempio, nelle ricerche sui topi è emerso che i meccanismi del dolore coinvolgono nel midollo spinale cellule immunitarie diverse: le cellule della microglia nei maschi e le cellule T nelle femmine. Tuttavia, nota lo studioso di Montreal, su 71 articoli scientifici pubblicati sul tema nel 2015, 56 avevano testato solo maschi, solo 6 femmine (4 dei quali erano studi specifici su di loro), mentre altri 6 non specificavano il sesso degli animali. Morale, solo 3 studi affermavano di aver tenuto conto di entrambi i sessi, e cioè appena il 4,2% del totale. E tutto questo nonostante i reiterati appelli di diverse autorità sanitarie nazionali (inclusa quella statunitense) a tener conto delle differenze di genere.

Ci sono diversi tipi di resistenze che inibiscono un corretto riposizionamento della ricerca, in aggiunta a una “naturale” inerzia alle novità metodologiche, benché ampiamente perorate. Il primo è che l’uso anche delle femmine aumenterebbe la variabilità degli esiti per le loro sensibilità “ormonali”, complicando e allungando i tempi delle sperimentazioni. Il secondo è che il loro impiego implicherebbe maggiori “costi” nello studio. In entrambi i casi, secondo Mogil, il problema invece non c’è, in quanto la volatilità riguarda ambedue i generi e l’aggiunta del sesso femminile non richiede necessariamente il raddoppio degli oneri, ma solo una redistribuzione sessuale del medesimo numero di roditori scelti per i test.

Insomma, le controindicazioni non sussistono. “ Cominciate inserendo roditori femmine in tutti gli esperimenti. Non avete nulla da perdere, e sia uomini che donne hanno solo da guadagnarci” – l’appello dello studioso canadese, da ripetere come un mantra.

Fonte: Wikipharm

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